Il Primo Ministro sotto accusa. Il potere esecutivo nel Regno Unito dalla Prima Guerra Mondiale al dopoguerra

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Pubblicato

2026-07-06

DOI:

https://doi.org/10.63277/gsc.v51i.5361

Autori

  • Diederick Slijkerman University of Leiden

Parole chiave:

Rapporti costituzionali, Intervento statale, Centralizzazione, Predominio dell'esecutivo, Governo del Primo ministro

Abstract

Il periodo che va dalla Prima Guerra Mondiale alla fine degli anni Settanta segna un radicale cambiamento costituzionale, dal governo parlamentare, in cui il Gabinetto rispondeva al Parlamento, a un governo di gabinetto dominato dal Primo Ministro, responsabile nei confronti della Camera dei Comuni e soprattutto dei collegi elettorali. Collegi elettorali a parte, la figura del Primo Ministro si affermò come un potente potere statale. La Prima Guerra Mondiale richiese una mobilitazione senza precedenti di persone e capitali. Per gestire l’immenso sforzo necessario a combattere le potenze centrali, lo Stato dovette centralizzare le proprie operazioni. Questa necessità di un processo decisionale rapido e centralizzato ha spostato il centro dal tradizionale dibattito
parlamentare all’azione diretta dell’esecutivo. Nel 1916 fu creato il Cabinet Office per organizzare le riunioni di gabinetto in modo più sistematico. Il periodo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale fu caratterizzato da una tensione fondamentale nell’esercizio del potere esecutivo. Da un lato, la popolazione desiderava ardentemente il libero mercato prebellico con un potere statale limitato, ma dall’altro la guerra aveva ulteriormente normalizzato l’idea che lo Stato, e in particolare il potere esecutivo, potesse svolgere un ruolo attivo nella gestione della società e dell’economia. La Seconda Guerra Mondiale fu una guerra di popolo.
Il popolo appoggiò il risoluto Churchill, ma dopo la vittoria schiacciante, lo depose. Il potere esecutivo assistette a una straordinaria centralizzazione dell’autorità, resa possibile dalla legislazione d’emergenza. Come risultato dello sforzo collettivo durante la guerra, l’attenzione della popolazione e del governo si concentrò sulla necessità di uno Stato sociale. Dopo la guerra, l’esecutivo usò la sua
autorità per affrontare la povertà e la disuguaglianza sociale del dopoguerra. Inoltre, dovette occuparsi della nazionalizzazione dell’industria e della decolonizzazione, che in un certo senso rappresentavano anch’esse interessi calcolati. Gli anni ‘60 e ‘70 rivelarono un paradosso. Formalmente, l’esecutivo mantenne ampi poteri costituzionali e riuscì nella transizione da potenza imperiale mondiale a moderno Stato-nazione, in cui gli ex domini giocarono un ruolo all’interno di un Commonwealth. In pratica, la sua autorità fu progressivamente limitata dalle sfide socio-economiche e dal crescente ruolo dell’opinione pubblica. Questa inerzia fu superata da Margaret Thatcher, che modernizzò l’esecutivo britannico centralizzando ulteriormente il potere e introducendo riforme neoliberiste. In conclusione, guerre e minacce esterne tendevano a rafforzare il potere esecutivo, mentre crisi economiche, governi di minoranza e forze sociali organizzate lo indebolivano spesso. Di fronte a una minaccia esterna, il popolo ha bisogno di un leader forte, che gli viene garantito dagli elettori e dal parlamento. In periodi di debolezza socio-economica, elettori e parlamento sono più influenti, perché gli elettori ne risentono immediatamente, mentre il parlamento lo è indirettamente perché i suoi membri vengono ritenuti responsabili. Quindi, in definitiva, si tratta di un gioco di quattro elementi: il Gabinetto con il Primo Ministro, la Corona, la Camera dei Comuni e i collegi elettorali.