Costituzionalismo intermittente. Il problema del ‘governo forte’ tra Italia liberale e fascismo
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DOI:
https://doi.org/10.63277/gsc.v51i.5341Parole chiave:
Stato di diritto, Costituzionalismo, Stato d'eccezione, poteri normativi del governo, decreto-leggeAbstract
Il saggio analizza la genealogia e le trasformazioni del concetto di “governo forte” nel costituzionalismo italiano, mettendo in luce la sua natura “intermittente”, oscillante tra garanzie liberali e pulsioni autoritarie. A partire dall’influenza esercitata dal costituzionalismo francese ottocentesco sulla formazione dello Statuto albertino, si vuole ricostruire la tensione costante tra principio di legalità e ragion di Stato, tra normatività del diritto e prassi del potere, che caratterizza l’intera parabola dello Stato liberale fino alla sua dissoluzione nel regime fascista. Particolare attenzione è dedicata alla riflessione dei giuristi francesi – da Guizot a Berriat-Saint-Prix, da Rossi a Rogron – sul rapporto tra legge e ordinanza, nonché alla loro ricezione in Italia, dove la monarchia statutaria sviluppò un modello di esecutivo tendenzialmente autonomo e solo debolmente controllato dal Parlamento e dalla magistratura. In questo quadro, la critica radicale di Francesco Saverio Merlino, interprete libertario della crisi dello Stato liberale, mette a nudo le contraddizioni di una legalità formale piegata agli interessi della classe dirigente e denuncia la progressiva erosione della separazione dei poteri. La legge n. 100 del 1926, che sancì la facoltà del potere esecutivo di emanare atti aventi forza di legge, rappresenta l’approdo di questa lunga evoluzione e, insieme, il suo punto di rottura: le “esequie di una forma di governo”. Attraverso di essa, il fascismo istituzionalizzò la supremazia dell’esecutivo, trasformando il governo nell’organo centrale dell’ordinamento e segnando il definitivo tramonto del costituzionalismo liberale.

