L’incivilimento degli italiani e la Costituzione della Repubblica
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DOI:
https://doi.org/10.63277/gsc.v16i.5024Abstract
Sessanta anni sono un periodo ragguardevole per una Costituzione, tanto più in un Paese difficile come il nostro. Eppure tuttora ci manca il senso di una convivenza basata su princìpi condivisi e praticati. L’Italia del dopoguerra, si notava in occasione del cinquantenario e si può ribadire oggi, «è risorta materialmente e moral- mente ed è in pace», e tuttavia «non stia- mo bene. La Costituzione è poco nota, poco radicata nelle coscienze e poco applicata». Interrogarsi sulla persistenza di questo scarso radicamento mi pare il modo meno ipocrita per celebrare la ricorrenza, anche se non è il più facile. La mancanza di un senso costituzionale della convivenza è fin troppo accettata, non è cioè considerata un limite da superare. Si è saldata con altre mancanze più antiche – di senso dello stato, dell’unità nazionale, della legalità – nell’autorappresentazione per cui «siamo fatti così». Nello stesso tempo, la mancata reazione dell’opinione pubblica legittima le violazioni della legalità costituzionale che non passano per i controlli degli organi di garanzia, e che infatti si moltiplicano. L’indifferenza è un buco nero per il diritto costituzionale di un paese democratico, che presuppone un’opinione in grado di penalizzare quanti violino la Costituzione, vista come patrimonio collettivo. Ma bastano forse lo scarso radicamento della Costituzione, e la conseguente difficoltà scientifica, a disinteressarsi della questione? Invitano, piuttosto, a cercare nell’esperienza repubblicana intrecci di circostanze e di occasioni mancate, che portati alla luce smentirebbero l’ipotesi che la condizione sia irreversibile.

